ADOLESCENZA

Adolescenti tristi

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Secondo i risultati di una recente indagine condotta da Renato Mannheimer e dal pediatra Renato Brusoni, per conto della Federazione italiana dei medici pediatri, la tendenza è in crescita. In Italia, la depressione riguarderebbe il 5,3% degli 11-14enni e il 13,8% dei ragazzi fra i 15 e i 19 anni. Dati preoccupanti se si pensa che la seconda causa di morte fra i ragazzi di quest’età è il suicidio. Al primo posto gli incidenti, spesso però causati indirettamente da una forma di disagio: abuso di alcool o sostanze stupefacenti, guida spericolata, gare di velocità, disturbi dell’alimentazione. A scatenare queste reazioni estreme contro loro stessi è spesso la paura di non essere all’altezza, di non farcela in questa società dove riesce chi è bello, ricco e famoso. Dove l’apparire domina sull’essere.

Tuttavia bisogna stare attenti ad attribuire malattie psichiatriche classificate dagli adulti a dei ragazzi. Secondo lo psicoterapeuta Giovanni Charmet, docente alla Statale di Milano, quella degli adolescenti sarebbe una sofferenza mentale di tipo depressivo, strettamente legata all’età evolutiva. L’adulto riconosce il suo stato di sofferenza e ne prende atto, l’adolescente non concepisce il dolore. O meglio: lo prova ma lo rifiuta, cercando di sfuggirgli il più velocemente possibile, invece di capirne le ragioni. Allora può ricorrere a mezzi che lo fanno stare meglio apparentemente o momentaneamente. L’uso di alcool o droga, sfidare continuamente le proprie capacità, magari correndo dei rischi per dimostrare a se stessi che si è forti e invincibili.

Colpa dei genitori? La verità è che spesso non si permette più ai figli di essere tristi. Accettare che il proprio figlio possa essere scontento o annoiato è un fatto che molti adulti devono imparare. Oggi ai figli vengono offerte mille opportunità e vederli soffrire, fa sentire colpevoli i genitori che temono di non avere dato loro abbastanza. Ciò impedisce ai ragazzi di vivere serenamente le loro emozioni. Loro stessi sentono di doversi liberare in qualsiasi maniera del disagio o della tristezza che provano. A tutte le età si soffre, questo va accettato. Se il genitore non ammette che il proprio figlio possa essere triste o deluso, il messaggio trasmesso loro è quello di non essere “giusti” se si sentono infelici e che chi manifesta il proprio disagio “non è normale”. Generalmente si tratta di ragazzi che hanno avuto un’infanzia splendida, dove sono stati amati e coccolati, per questo i genitori non si spiegano la loro malinconia.

Nell’adolescenza avviene il primo distacco e il vero contatto con il mondo esterno, il confronto con i coetanei e con gli inevitabili insuccessi. A volte il genitore stesso vive come un suo fallimento quello del figlio. Molti adulti si aspettano troppo dai loro figli e, se non riescono, i ragazzi sono sopraffatti dalla mortificazione. Si sentono inutili, privi di valore, frustrati e perdono autostima. Sopportare anche il banale insulto di un amico, un insuccesso scolastico o una delusione amorosa sembrano ostacoli insormontabili e possono essere fatali. Inutile stupirsi di fronte a gesti estremi, meglio, invece, non sottovalutare certi segnali. La facile irritabilità, svogliatezza e stanchezza cronica, crisi di pianto, ipercriticismo verso se stessi sono tutti sintomi di un disagio. Inoltre, la continua ricerca del rischio e dello scontro con “l’autorità” (genitori, scuola) o la perdita di interesse per gli amici, idee sulla morte sono chiari segni che il ragazzo sta attraversando un periodo oscuro, di forte insicurezza e rabbia. Sono tutte richieste d’aiuto: non lo chiedono direttamente perché loro stessi non sanno di averne bisogno, non capiscono cosa sta succedendo. Solo chi è loro vicino può intuire e intervenire, anche chiedendo l’aiuto di specialisti.

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