PSICOLOGIA

Tutto è comunicazione

Si può non comunicare? Sembrerebbe proprio di no. Perfino restando in silenzio si comunica, magari semplicemente il proprio imbarazzo; perfino non rispondendo a una lettera o a una telefonata si comunica.
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E che dire del corpo? Ha movimenti, gesti e passi che dicono di una persona anche ciò che le parole non intendono volutamente trasmettere. Ci sono individui che già a prima vista, dal loro atteggiamento generale, ci fanno capire di essere rigidi o timidi. Alcuni suoni anche disarticolati, magari involontari, danno informazioni sulle condizioni di salute, come uno starnuto, oppure sullo stato d'animo: uno sbadiglio, ad esempio, può indicare stanchezza o disinteresse. Le possibilità di comunicare, facendo qualcosa o anche pensando di non fare assolutamente niente, sono davvero infinite.

IL LINGUAGGIO VERBALE
Indubbiamente comunque è il linguaggio verbale lo strumento privilegiato della comunicazione, una conquista dell'evoluzione che è esclusiva della specie umana e che per complessità e ricchezza non ha paragoni con la comunicazione animale. Non che gli animali non comunichino, ma i movimenti che fanno e i suoni e i versi che emettono per trasmettersi informazioni non possiedono l'articolazione del linguaggio umano. E non tanto in senso fonico. Agli animali manca la capacità di pensare in astratto, perciò è loro preclusa la possibilità di formulare concetti.
Termini come "libertà","giustizia" o "uguaglianza" sono assolutamente estranei alle loro capacità di comprensione. Il linguaggio umano invece si è sviluppato di pari passo con lo sviluppo cerebrale ed è così complesso che deve necessariamente essere appreso da bambini e si evolve nel corso della vita di un individuo. Un gatto nato a Mosca, invece, miagola come uno nato a Berlino oppure a Tokyo, senza distinzioni di lingua. In compenso il gatto non deve imparare a miagolare perché il suo linguaggio è in massima parte un'espressione istintiva, quindi non si evolve e resta identico per gli individui della specie.

COMUNICARE NON È SOLO INFORMARE
Comunicare non vuol dire solo scambiarsi informazioni. Non ci parliamo solo per dirci che ore sono, per conoscere le quotazioni di borsa o per scegliere il migliore ristorante di pesce della zona. Il discorso informativo viene usato per descrivere il mondo e ragionarci sopra, ma il linguaggio ha anche altri fini altrettanto importanti, come quello di suscitare passioni o spingere all'azione. Una poesia, ad esempio, non intende descrivere le cose come stanno veramente, quasi fosse un trattato scientifico, ma come sono vissute dal suo autore. Dire "per me sei come una melodia di primavera" non vuol dire nulla in termini reali e moltissimo in termini emotivi. Non a caso il linguaggio viene molto usato in funzione espressiva nelle effusioni d'amore che hanno un contenuto altamente emozionale. Ma non si dà sfogo ai propri sentimenti solo componendo versi.

Espressioni come "che peccato!", "oh, perbacco!" oppure semplicemente "ehi!", "mah...", esprimono dispiacere o entusiasmo a seconda del momento, dell'intonazione e del contesto. Quando invece spinge all'azione, attraverso comandi o richieste, il linguaggio ha una funzione direttiva. Una mamma che dice a suo figlio di lavarsi le mani prima di mangiare non lo informa né vuole suscitare in lui una particolare emozione, ma vuole ottenere dal figlio un certo tipo di comportamento. Si può ordinare "apri la porta!" oppure chiederlo più gentilmente aggiungendo "per piacere", ma in entrambi i casi il fine del linguaggio è motivare o provocare un'azione. Su queste basi, si possono sviluppare un'infinità di possibilità. Tutti sappiamo che si può dire una cosa intendendone un'altra, che tacere può equivalere a mentire, che dire può significare disinformare, che una richiesta può essere un ordine, perché la complessità della comunicazione è grande come la complessità della mente e dell'animo umano.

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